Il racconto, così com'è scritto.
Allora. Mettetevi comodi, perché la storia che sto per raccontarvi la conoscete tutti, e proprio per questo nessuno l'ha mai letta davvero.
All'inizio, dice il testo, ci sono gli Elohim. Plurale, badate bene. Non uno. Loro. E cosa fanno, questi Elohim? Uno si aspetterebbe fuochi d'artificio cosmici, galassie che sbocciano. E invece no. Fanno una cosa molto più terra terra: sistemano un posto. Separano le acque, tirano fuori la terra asciutta, la mettono in ordine. È il lavoro di chi arriva in un territorio e lo rende abitabile. Un po' come quando i Romani arrivavano in una valle: prima si bonifica, poi si costruisce. Insomma, non è la nascita dell'universo. È la preparazione di un cantiere.
E quando il cantiere è pronto, succede una cosa che, se ci pensate, è straordinaria. Uno di loro dice agli altri: "Facciamo un Adam". Facciamo. Non "creo", non "sia fatto": facciamo, come in una riunione. Qualcuno propone, gli altri sono d'accordo. E dà pure le specifiche del prodotto, perché è così che funziona: "a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza". Cioè: deve essere come noi. Deve funzionare come noi. Capite? Non è un atto d'amore verso il creato. È un ordine di produzione.
Adesso il testo fa una cosa curiosa: cambia inquadratura. Fin qui eravamo lontani, vedevamo la scena dall'alto. Adesso la telecamera si avvicina, e compare un personaggio con un nome. Yahweh. Uno degli Elohim, evidentemente quello a cui tocca il lavoro pratico. E cosa fa Yahweh? Prende della polvere. Della terra. Adamah, si dice in ebraico. E con quella modella l'Adam. Ecco perché si chiama così: perché è fatto di quella roba lì. Come se noi chiamassimo un vaso "argillo". È il nome del materiale.
Poi — e qui la gente per duemila anni ha visto chissà che — gli soffia nelle narici. E cosa gli soffia? Il testo è chiarissimo: un alito di vita. Respiro. Non "l'anima immortale", non "la scintilla divina": aria nei polmoni. Il pezzo era finito, mancava solo di farlo partire. Come una macchina nuova: c'è tutto, bisogna solo girare la chiave.
E dove lo mette, questo Adam appena acceso? In un giardino. Ma attenzione alla parola, perché le parole in questa storia sono tutto. Gan. Che non vuol dire "un bel prato", vuol dire un posto recintato. Chiuso. Protetto. Non il mondo: un'area riservata, verso oriente, con tanto di nome, Eden. E perché ce lo mette? Uno si immagina: per farlo felice, per farlo passeggiare tra i fiori. E invece il testo dice, senza tanti complimenti, per lavorarlo e custodirlo. Il primo mestiere dell'umanità, signori miei, è il giardiniere con l'obbligo di guardia. Non è una punizione, la punizione arriva dopo: è il motivo per cui è stato fatto.
Nel recinto ci sono degli alberi, e due sono speciali: quello della vita e quello della conoscenza. E sul secondo arriva un ordine. Ma notate come arriva. Non dice "è peccato", non dice "è sbagliato", non fa la predica. Dice: "se ne mangi, muori". Punto. È quello che si dice a un bambino davanti alla presa della corrente. Non è una regola morale, è un avviso di pericolo. E chi dà avvisi di pericolo? Chi sa come funziona una cosa, a chi non lo sa ancora.
Poi Yahweh guarda l'Adam e pensa: da solo non va. E qui, perdonatemi, ma il racconto diventa quasi da sala operatoria. Gli fa venire un sonno profondo — profondo, non "si addormenta": lo fa dormire — gli apre il fianco, prende qualcosa da lì. La parola è tsela, che vuol dire lato, parte, e solo per tradizione è diventata "costola". E con quella parte, ascoltate bene il verbo, costruisce la donna. Costruisce. Lo stesso verbo che si usa per tirar su un muro. Non "la crea", non "la fa apparire": la costruisce, partendo da materiale già collaudato. E quando l'Adam si sveglia e la vede, che cosa dice? "Questa è carne della mia carne." Non è una frase romantica, o meglio, lo è diventata dopo. Lui sta dicendo: è fatta della mia stessa roba. La riconosce. È della sua marca.
Ecco. Fine del racconto. E adesso guardiamolo tutto insieme, da lontano, come si guarda un affresco dopo averlo studiato pezzo per pezzo. Cosa abbiamo visto? Un gruppo arriva, sistema un territorio, decide in riunione di produrre un essere a propria somiglianza, lo assembla con materiale del posto, lo accende, lo mette in un recinto con un incarico preciso, gli dà un divieto di sicurezza, e infine gli fabbrica una compagna a partire dal suo stesso corpo.
Ora, uno può leggere queste pagine cercando Dio. Ma per trovarcelo deve aggiungere parecchio. Deve dire "sì, c'è scritto così, ma in realtà vuol dire...". E ogni volta che qualcuno vi dice "in realtà vuol dire", drizzate le orecchie, perché sta per raccontarvi un'altra storia al posto di quella scritta.
Chi invece legge quello che c'è scritto, e basta, non trova una creazione. Trova un'operazione.
E trova anche una cosa che il racconto non spiega. Perché a un certo punto quell'essere lì — fatto per lavorare, fatto per obbedire, fatto per stare nel recinto — fa una cosa che non era prevista dal progetto. Sceglie.
E questa, capite, è la parte davvero interessante.