Le origini. Ricominciamo da una parola.
C'è una parola che hai sentito migliaia di volte e che, quasi certamente, non ti è mai stata tradotta.
Un racconto al mese, in voce e in testo. I primi si aprono senza chiedere niente; il resto è nella stanza.
C'è una parola che hai sentito migliaia di volte e che, quasi certamente, non ti è mai stata tradotta.
Allora. Mettetevi comodi, perché la storia che sto per raccontarvi la conoscete tutti, e proprio per questo nessuno l'ha mai letta davvero.
L'hanno chiamata anima. La scienza la confonde con la coscienza. Noi la chiamiamo la quarta parte. E prima di dire cosa è, spieghiamo perché non usiamo le altre due parole.
Adesso lasciamo la Bibbia e andiamo a vedere se quello che abbiamo letto lo dice solo lei. Perché una cosa detta da un libro solo è un'opinione.
Da Sumer scendiamo lungo un altro fiume. Il Nilo. E troviamo l'altra grande civiltà delle origini, quella che tutti riconoscono, quella delle piramidi.
Adesso attraversiamo il mare e arriviamo in Grecia. E vi dico subito che qui la storia si spezza in due, e sono due storie diverse.
Ora arriviamo alla tappa più delicata, e la affronto con la stessa regola di sempre: leggere quello che c'è scritto. Non stiamo giudicando la fede di nessuno.
Adesso facciamo un viaggio lungo, e un salto indietro nel tempo, perché l'India non arriva dopo Roma: le corre accanto da sempre, dall'altra parte del mondo, senza sapere niente di Gerusalemme.
Abbiamo detto che il sistema sopravvive a chi lo occupa. Ora ve lo dimostriamo, epoca per epoca, con fatti che chiunque può verificare.
Ci siamo soffermati sul cristianesimo perché è la storia da cui veniamo, e perché il suo caso è il più documentato. Ma sarebbe disonesto fermarsi lì.
Abbiamo letto la Genesi per tutto il percorso. È giusto ora raccontare la storia del popolo che l'ha scritta, dall'inizio.
Nel quattordicesimo capitolo della Genesi c'è un personaggio che compare per tre versetti, e poi sparisce. Non ha antenati, non ha discendenti, non ha una storia.
Chi era Abramo, prima? Un uomo di Ur, in Mesopotamia — cioè un sumero, o quasi, nato nella terra delle tavolette che abbiamo letto — trasferito con il padre ad Harran, nel nord.
Se Abramo è l'uomo del contratto, Giacobbe è l'uomo che il contratto lo *legge*. Non obbedisce e basta: negozia, pone condizioni, imbroglia, e alla fine si batte fisicamente con chi sta sopra di lui.
Con Abramo e Giacobbe il custode compariva a un uomo solo, di notte, sotto un albero, in sogno. Con Mosè cambia scala: si mostra a un popolo intero, di giorno, con un apparato che il testo descrive per capitoli.
Mosè muore, e il comando passa a Giosuè. Non a un sacerdote, non a un profeta: a un militare. Era stato l'ufficiale di Mosè nelle battaglie del deserto e uno dei dodici esploratori mandati a ispezionare Canaan.
Per tutto il percorso abbiamo incontrato una parola, *kavod*, tradotta "gloria" e che alla lettera vuol dire *peso*: la cosa che scendeva sulla montagna nel fuoco, che riempiva la tenda impedendo a Mosè di entrare, che non si poteva guardare in faccia.
Nella Bibbia ci sono due uomini che non muoiono. Il primo è Enoc, nella Genesi, e il testo gli dedica una riga sola: "camminò con Elohim, *e non fu più*, perché Elohim lo prese".
Lo abbiamo incontrato nel capitolo su Roma, come l'uomo che smontava le tre mosse in piazza. Ora lo leggiamo come abbiamo letto tutti gli altri: prendendo il testo per quello che dice, senza duemila anni di commento.
C'è un libro che gli ebrei del tempo di Gesù leggevano, che i primi cristiani citavano come Scrittura, che la Chiesa etiope ha ancora nella sua Bibbia, e che tutti gli altri hanno tolto.