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Le origini. Ricominciamo da una parola.

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C'è una parola che hai sentito migliaia di volte e che, quasi certamente, non ti è mai stata tradotta.

Elohim.

Compare fin dalla prima riga della Genesi. Te l'hanno resa con "Dio". Ma è un plurale. E nel testo ebraico gli Elohim fanno cose che un Dio non dovrebbe avere bisogno di fare: camminano, mangiano, si stancano, litigano tra loro, si spartiscono territori, scendono e risalgono. Non creano l'uomo con un soffio: lo fanno, con un verbo che in ebraico si usa per fabbricare, e lo fanno "a loro immagine" — cioè somigliante a chi lo sta facendo.

Per secoli ci è stato detto che tutto questo va letto in senso spirituale, simbolico, allegorico. Noi abbiamo scelto di fare una cosa più semplice e più scomoda: prendere il testo alla lettera. Leggere quello che c'è scritto, non quello che ci hanno insegnato a vederci.

E quando lo fai, la storia cambia forma. Non più un Creatore onnipotente e un'umanità nata per adorarlo, ma un gruppo di individui concreti — potenti, tecnologicamente avanzati, non divini — che a un certo punto intervengono su questo pianeta e producono una specie in grado di lavorare per loro. L'Adam non è il figlio prediletto dell'universo. È un'opera. Un progetto. Con uno scopo che non era il suo.

Non stiamo accusando la fede di nessuno. Stiamo mettendo in discussione un'operazione avvenuta molto dopo la scrittura di quei testi: la trasformazione di una cronaca in una teologia. Qualcuno, a un certo punto, ha preso il racconto di ciò che era accaduto e l'ha reso il racconto di ciò in cui bisognava credere. Da quel momento l'umanità ha smesso di chiedersi da dove viene e ha cominciato a chiedersi a chi obbedire.

Noi partiamo da qui. Non da una risposta, ma dalla domanda che ci è stata tolta.

Perché se è vero che siamo stati fatti, allora la questione più importante non è chi ci ha fatti. È cosa c'è in noi che chi ci ha fatti non ha messo. Ed è la domanda a cui ci porta la seconda parte di questo percorso.

Le fonti di questo racconto

Le origini. Ricominciamo da una parola. — Pannyn